domenica 29 aprile 2018

Racconti di penne e di piume del Maediterraneo vol.3


Capitolo 2. La calandrella. Batuffoli di allodola

In natura esiste sempre una sorta di eterogenesi dei fini. Cerchi una cosa ne trovi un’altra. Cerchi un occhione, trovi le calandrelle. Il tesoro è lo stesso, cambia la materia dei preziosi. Invece di sterline inglesi di fine Ottocento, trovi un Kruger o un lingottino. Così andai in quella primavera assolatissima, al margine di in fiume, nella pianura alluvionale, già disgregata in cretti e in tagli traversi come le tele urlate di Fontana. C’era un campeggio e un qualcuno non mi ricordo chi, un vattelappesca, disse di aver sentito cantare gli occhioni. Partiamo con Fulvio e la meta è il principio di Toscana, dove il Lazio lascia spazio a un cartello stradale. Poi si gira verso mare. In effetti, l’appezzamento segnalato è aridissimo, lo troviamo subito. Solo che al di là dell’argine, ci sono graminacee, dietro l’Aurelia, davanti una pineta male in arnese. Il presunto territorio per occhioni andrebbe benissimo per tutti i parametri fisionomici e strutturali, un incolto molto arido, tranne che per le dimensioni. Saranno cinque ettari, una misura che gli potrebbe bastare in aree segretissime e in assenza di disturbo. Qui così non è. Infatti, non ci sono, perché esploriamo capillarmente senza “alzare” il chiurlo di pietra.
Però notiamo qualcosa tra le pieghe della terra e il lilla della borraggine. Se l’allodola canta in una serie di frasi lunghe, varie ma ripetute senza interruzione, se la cappellaccia emette degli acuti che sembrano sibili di vento, se la calandra ha un repertorio più tenorile e pieno di imitazioni e se la tottavilla fa totto-lì al margine di un boschetto iterando la cantilena, la calandrella ha un canto completamento diverso, una sola strofa composta di note prima ascendenti, poi discendenti e basse. Un po’ come la sterpazzola della Sardegna con un timbro da passero. La calandrella è stravagante: niente affatto ecologicamente plastica, vive all’interno di uno stretto range di parametri ambientali. E’ una specialista a bassa valenza ecologica quindi. Come il motacillide calandro, un altro “uccello fantasma” che si disvela solo a chi ama la steppa e le sassaie. Una prelibatezza la nostra calandrella, un distillato dei terreni brulli, per un animo da peccatore. Un uccello di sabbia, che nella sabbia vive, oppure in pascoli iper-sfruttati o nell’alveo ciottoloso dei fiumi, spingendosi al nord della penisola, pur restando essendo un uccello dei climi caldi mediterranei. Nella struttura somiglia a una piccola e compatta allodola, ma ha colori più ambrati e la testa ha riflessi ruggine che mostra quando solleva allarmata la piccola cresta rossiccia. Il becco è rosato e conico. Al di sopra delle scapolari ha una tacca a semiluna nera più piccola che nella calandra. Vista in volo da sotto sembra del tutto bianco-panna. Fa quasi impressione per la sua unicità quel chiarore che s’interrompe nel sottocoda scuro, con le timoniere esterne di nuovo bianche. La calandrella migra sia nelle aree a nord del Sahara, che in quelle sub-sahariane, utilizzando gli stessi ambienti predesertici del periodo di nidificazione.
La dieta della calandrella è separata temporalmente. In primavera è prevalentemente insettivora, nelle altre parti dell’anno è un’avida divoratrice di grani. E’ che a noi piace semplificare per inquadrare i fenomeni: ci sono moltissimi cosiddetti “insettivori”, come ad esempio i Silvidi, che d’inverno la sfangano quasi esclusivamente a bacche e drupe e molti altri cosiddetti “granivori” che in primavera integrano la dieta con le proteine della carne, soprattutto ma non solo, per lo svezzamento dei pulcini. Siamo dei maledetti semplificatori, perbacche.
Nei Coussouls (pascoli) della Crau, i colori sono pastello, i ciottoli hanno incamerato ferro e sono ipotesi d’ambra rossa. Una calandrella canta e fa preening dalla sommità di un muretto divisorio. Anche il suo carattere è pastello. Il giallo delle stoppie è opacizzato dal riflesso della geologia, ci sono mazzetti di lavanda conficcati nella pietra. Lei non smette di pulirsi, si vedono le terziarie lunghe, fino al punto di coprire quasi l’apice delle primarie. Il collo si torce e il becco ora netta la coda. Starnazzano le grandule in volo sopra di me. Se mai hai avuto memoria, la stai perdendo in questa immersione di minerali. Apnea di sassi nel regno dei cieli.

Capitolo 3. Il codirosso spazzacamino. Il ballerino dei tetti

Inverno 2015. Periferia di Viterbo. Tra codirosso spazzacamino e pettirosso non corre buon sangue. A dire il vero tra i pettirossi e gli altri passeriformi non s’instaura una particolare simpatia. Sì, perché usciamo subito dall’umanizzazione dei comportamenti animali, il pettirosso difende anche territori invernali con una certa veemenza ed ogni intruso è un potenziale usurpatore di risorse trofiche. La femmina dello spazzacamino è diritta sulla diagonale di una staccionata maremmana di legno dolce, muove ritmicamente la testa per osservare insetti da predare e si bilancia con le timoniere. Movimenti ondulatori un po’ meno accentuati rispetto alle ballerine ma dondola anche lui. Una scheggia dal petto rosso parte da una sporgenza di travertino e lo attacca. Spaventa anche le cornacchie grigie che banchettavano di residui di panini e lo travolge. Il codirosso spazzacamino si ritira impaurito, lui il resistente alpino è confuso, cerca altri posatoi, mentre una civetta miagola in pieno giorno e un gruppo di verzellino banchetta tra le romici. Poi, a calma ristabilita, lo spazzacamino è in terra a cercare artropodi tra gli pneumatici di quel parcheggio sterrato, dove la Melia azedarach riluce con i suoi doni gialli, dove le cappellacce seguono le increspature del terreno con il loro compasso lungo e la cresta alzata per metà.
Il codirosso spazzacamino è un muscicapide e non un turdide, com’era fino a pochi anni fa. La stessa sorte da pigliamosche è toccata al pettirosso e altri ex turdidi come il passero solitario e il codirossone. Personalmente detesto questa nuova classificazione che emerge da studi genetici e che quindi ha un buon approccio metodologico, forse il migliore, se combinato ad altri aspetti però: comportamentali, ossei, oologici, ecologici e molto altro. Il perché di questa mia ostilità? E’ solo l’osservazione: alla mia percezione restano turdidi, c’è poco da fare e sarebbe troppo lungo spiegarlo; sono un po’ la vista e il cuore che me lo suggeriscono. V’è da dire che il progredire delle ricerche, che in questa branca della sistematica sono per fortuna fiorenti, avrà nuovi strumenti e nuove tecniche in futuro e sorprendentemente si è già riscontrato che analisi fini, hanno portato alla classificazione di nuovi “taxa”, descritti dagli ornitologi ottocenteschi, dai pionieri cui dobbiamo le fondamenta delle conoscenze sugli uccelli. Così, io non guardo indietro, anzi mi proietto in avanti e sfido tutti allegramente: i piccoli turdidi e anche quelli non piccoli menzionati, lasceranno i muscicapidi e rientreranno trionfalmente fra i turdidi. Diamine, a ognuno la sua casella.
Il codirosso spazzacamino a differenza del suo congenere codirosso comune non ha subito evidenti rarefazioni numeriche nell’ultimo ventennio. Maschi e femmine hanno piumaggio nettamente separato, almeno in periodo riproduttivo. Il maschio ha la testa grigio chiara e le parti ventrali di un nero lavagna lucente. La femmina invece ha colorazione di fondo marrone chiaro, con le ali più scure, mantenendo in comune con il maschio solo il sottocoda rossiccio. In realtà la colorazione degli “spazzacamini” è un fenomeno complesso. Maschi del primo anno: estremamente simili alle femmine, femmine adulte molto simili o uguali ai maschi riproduttori, per il fenomeno tipico di numerose specie di passeriformi, che prende il nome di “mascolinizzazione”  che è il processo di acquisizione dei caratteri sessuali secondari maschili in un individuo geneticamente femminile. E’ prevalentemente insettivoro, ma nell’autunno la dieta è integrata con bacche di sambuco e altre essenze vegetali.
La Majella a metà agosto al tramonto è un burrone di luci opacizzate dalla nebbiolina del mare. Una montagna appenninica e allo stesso tempo mediterranea. Ne senti l’odore, mentre un gruppo di gracchi corallini risale sfiorando i verbaschi e si dirige verso roost sconosciuti, nel grembo più roccioso e oscuro della Montagna Madre. Mi ha preso il cuore la Majella per la sua indole anfibia, per i suoi ossimori ecologici, per i mugheti e per quei cani massicci con la testa da orso. Una femmina di codirosso spazzacamino sta imbeccando il suo giovane che ha da poco lasciato il nido. I ritmi sono frenetici, quasi un’imbeccata al minuto, gli porta solo larve e la palletta marrone ancora lanuginosa e famelica gradisce. Spalanca la commessura buccale e ingurgita una cavalletta. Sopra una staccionata appenninica anche i giovani culbianchi ricevono le cure dei partner. E’ ora di tornare. La discesa a valle ci porta una poiana in caccia, un grappolo di colombacci che volano alti sopra i faggi, un incorporeo capriolo in fondo alla chiaria del bosco in rinnovazione dopo uno dei tanti criminosi incendi volontari.


Il libro è disponibile. Costo 17 euro spese di spedizione incluse.
Ordinabile spedendo mail ad: a.meschini@gmail.com

giovedì 21 settembre 2017

Racconti di penne e di piume del Mediterraneo vol. 2

Capitolo 14. Il falco pecchiaiolo, un rapace introverso

Il falco pecchiaiolo deve il suo nome alla strana caratteristica, per un rapace, di alimentarsi di api (pecchie), Anche il nome scientifico, Pernis apivorus lo testimonia. Non è una nomea abusata. Pur non essendo un imenotterofago obbligato, la sua dieta è costituita essenzialmente da api e vespe. La simbologia un po’ teatrale e iperbolica del rapace super-predatore, quindi del “super-rapace”, nel pecchiaiolo non ha proprio ragion d’essere. Un falco dai modi timidi, un gentleman.

Tolfa, 13 luglio 2013. Con Daniele ci aggiriamo fra pascoli e garighe per compiere rilevamenti sull’avifauna. Risaliamo da Prato Rotatore, su per la sterrata. C’è un Pecchiaiolo, posato sopra un paletto di una recinzione di un pascolo di vacche maremmane. Una scena non inconsueta in Maremma, ma sempre ricca di pathos e bellezza. Le tacche marroni sul petto candido, sono uno splendore. In questo scenario fatto di pietre e di una vegetazione arbustiva rada, appare un secondo protagonista del racconto: un’averla capirossa, il passeriforme predatore, che come i suoi congeneri Lanius è una specie bellissima. Non ci aspettiamo, ciò che sta per accadere. La capirossa inizia a volteggiare di fronte al pecchiaiolo, si distanzia un po’ ed è a cinque metri dal rapace. Si mette in stallo ed emette vocalizzazioni d’allarme. Il falco pecchiaiolo appare disturbato, ma ciò che gli stava per capitare, crediamo non se lo aspettasse neanche lui. L’averla capirossa inizia a inscenare attacchi coraggiosi e violenti al “pecchia”. Non sono simulazioni a carattere di avvertimento, arriva come un lampo e artiglia il pecchiaiolo sulla testa ripetutamente, si risolleva e continua gli attacchi, lo becca in posizione carpale con una furia spaventosa. Per il pecchiaiolo è troppo, infastidito e sbalordito, lascia con volo dondolante il posatoio. L’averla vincitrice e baldanzosa torna sulla cima del perastro e strilla. La scena è stata forte e meravigliosa, tuttavia ha una spiegazione piuttosto semplice. Il pecchiaiolo aveva inconsapevolmente superato il territorio riproduttivo di un’averla. Il territorialismo di solito si manifesta nei confronti dei conspecifici, ma non sempre è così: esiste il territorialismo eterospecifico, quando la difesa di un’area o di una risorsa sono rivolte anche nei confronti di individui di altre specie. Il “mobbing” delle cornacchie nei confronti di ogni specie che passa entro i confini dei loro territori, ne è l’esempio forse più eclatante.

DISPONIBILE PRESSO L'AUTORE a.meschini@gmail.com

sabato 11 marzo 2017

Brani da "Racconti di penne e di piume del Mediterraneo"


Brani tratti da “Racconti di penne e di piume del Mediterraneo" - Angelo Meschini




La tortora selvatica, un archetipo di eleganza
…Due tortore selvatiche stanno al centro della strada, indifferenti e bellissime. Raccolgono sassolini nel becco e ne fanno scorta. E’ il cosiddetto “grit” piccole pietre che ingeriscono per rompere il tegumento dei semi più grandi e coriacei che costituiscono la sua dieta. I girasoli, ad esempio, o varie specie di graminacee coltivate. Mangiano sassetti, mentre provo ad accostare. Si involano così leggere in un attimo, producendo un rumore lieve quando la punta delle ali si tocca, nel loro salire rapido in verticale. Colline dolci che strapiombano in una valle incisa da un fiumiciattolo, affluente del Fiume Marta. La vegetazione delle sponde è ricchissima: frassini ossifilli, pioppi neri, ontani, pioppi bianchi e un intrico di filliree, lentischi e stracciabrache. Le tortore selvatiche sono in pieno canto, assieme agli invisibili rigogoli e a qualche cuculo lontano. Quel giorno ero andato per fare un transetto, un percorso a piedi a velocità costante, che in questo caso sarebbe servito a misurare la densità riproduttiva lineare delle tortore selvatiche. Impressionante: in due chilometri, venti coppie, precisamente una ogni cento metri. Una testuggine palustre europea, Emys orbicularis si termoregola sopra un ramo affiorante, i granchi di fiume hanno forellato tutto l’argine di terra. La Maremma, al di fuori dei percorsi più battuti è una fontana di meraviglia e biodiversità. L’acqua mi entra negli stivali, è il momento di tornare, salutando i tori maremmani e gli asini risalendo dal greppo umido alla steppa, dalla steppa al ricovero di fieno dove avevo lasciato l’automobile. La tortora selvatica è specie meno forestale del colombaccio e della misteriosa colombella, frequentando radure, campagne alberate ed ecomosaici. Il nome deriva dall’onomatopea del canto: “Un ruur-ruurr abbastanza sommesso”, che emette ache durante le ore calde della giornata, quando quasi tutte le altre specie tacciono. Il nido è collocato su numerose specie arboree a chioma abbastanza densa e negli ultimi anni, la vituperata e alloctona robinia si dimostra una delle specie selezionate positivamente dalle tortore per costruire casa e nursery. I maschi di tortora selvatica hanno un canto ventriloquo, con il becco chiuso dilatano il gozzo e l’apparato vocale producendo così un suono “meccanico”, dilatando le sacche aeree. La tortora selvatica subì un grosso calo demografico alla fine degli anni ottanta. In seguito alle politiche di set-aside, (il rilascio di terreni a riposo) promosse dalla Comunità Europea, ha ripreso a crescere di numero, anche se resta una specie fragile e da tutelare. La mattina presto al Lago di Vico, arrivano a bere, come fossero ganghe o grandule, silenziose e a piccoli gruppi, scendono fra i carici e timidamente abbassano il capo per rifornirsi d’acqua. Una volpe magrissima passa a dieci metri, andrà in cerca di prede più grandi o non le vede, guada lo stagno con paura, si perde tra le cannucce palustri, pigramente. Arrighi Griffoli racconta nella sua Avifauna della Val di Chiana: “ Alle piogge abbondanti del Settembre, tutte le tortore, che hanno qui dimorato, ci lasciano senza che neppure una ne rimanga indietro”. Così ogni fine agosto, inizia la mia personale danza della pioggia, perché la tortora selvatica è una specie cacciabile e il mio “sentire” non vuole tanta bellezza recisa. E alle prime piogge, anche di metà agosto in effetti, iniziano a migrare, con ancora i giovani imbrancati. Che la loro migrazione sia salva e protetta.




Il passero solitario, le merle bleu.
Andare a Monfrague in agosto è un po’ da incoscienti. Le temperature superano i quaranta gradi quasi tutti i giorni, ma quel caldo torrido si sopporta bene rispetto ai vapori mediterranei. Meglio evitare le ore più calde, se non vuoi carbonizzarti, ma per il resto non ci sono controindicazioni rilevanti. Al Salto del Gitano, i grifoni che fino al levare del sole si stagliavano sulle rocce immobili e pigri, iniziano a mostrare un briciolo di frenesia. Poi iniziano a piccoli gruppi ad alzarsi con quella forza regale che li definisce, iniziano a salire su una termica, spiccano le ali ampie e il collo corto contro le balze del Tago. Scendono e risalgono come immensi aquiloni di penne e piume. Poi comincio a sbinocolare tra le rocce vicine: una monachella nera sale e scende tra le fenditure, non la avevo mai vista e m’incanta. Poi dalla sporgenza dello stesso crinale, sento quelle note flautate e melodiose, che ricordavo di aver ascoltato nelle città medioevali del Centro Italia. E’ “lui”, il passero solitario, un maschio adulto in canto, dalla livrea blu scura e le remiganti nere. In quell’incanto, serviva una canzone adatta, il passero solitario era il bordone di quella sinfonia di biodiversità e di colori. Il passero solitario ha la taglia di un merlo, il corpo è un po’ più slanciato e il becco nero-lavagna è più grosso, con la base molto ampia. Un suo comportamento caratteristico è quello del suo involo, preceduto da una serie di passettini, neanche fosse un cigno che per volare ha bisogno di una trentina di metri a pelo d’acqua per innalzare il suo massiccio aeroplano. “D'in su la vetta della torre antica, passero solitario, alla campagna cantando vai finché non more il giorno; ed erra l'armonia per questa valle”. Come non citare il sommo poeta di Recanati, che sembra ascoltasse e osservasse il passero solitario su un torrione di fronte alla sua dimora. Ma il passero solitario ha attirato l’attenzione di numerosi scrittori, non è passato inosservato neanche al mistico e poeta spagnolo San Juan De La Cruz, che davvero lo descrive mirabilmente. “Le caratteristiche del Passero solitario (Roquero solitario) sono cinque: la prima che vola verso il punto più alto, la seconda che non sopporta compagni, neppure simili a lui, la terza che mira con il becco ai cieli, la quarta che non ha un colore definito, la quinta che canta molto dolcemente”. Una rappresentazione perfetta. Analizzo velocemente i punti due e quattro. La seconda ci dà conto della forte territorialità dei passeri solitari che difendono un territorio molto ampio, la quarta deve riferirsi a osservazioni fatte sulle femmine. In effetti, la femmina di passero solitario è sempre stata “problematica”. Nelle guide sugli uccelli, la femmina è sempre stata illustrata male, partendo dalle bibbie ornitologiche, fin giù alle pubblicazioni più modeste. Rappresentata sempre del tutto marroncina, come una femmina di merlo, credo per una specie di pigrizia imitativa. Una volta, su un forum di natura, lanciai una giocosa invettiva sulla pigrizia dei disegnatori che non osservano le femmine del “nostro” in natura e poi pensano di poterle dipingere. La provocazione era forte, ma fu accolta molto positivamente, il più grande o uno dei più grandi illustratori naturalistici italiani, Lorenzo Starnini, aveva già terminato le tavole del passero solitario per l”’Iconografia italiana”, la più interessante e monumentale opera d’illustrazione dell’avifauna italiana. Iniziammo a parlare, poi a collaborare, poi a diventare amici. Lorenzo rifece le tavole e ritritò il materiale consegnato. L’umiltà è sempre dei più grandi e questo ne è un esempio evidente.





L’assiolo, sinfonia di una nota
A Nord delle foci del Fiume Fiora, al confine tra Lazio e Toscana, c’è un grande bosco di farnie, appena dietro alla spiaggia. Le farnie sono, in Italia, le querce più igrofile e bordano gli stagni e le “piscine” disegnando ombre e riflessi spezzati. Sono molte le specie che annunciano la primavera, la primavera stessa è un annuncio. L’assiolo è senza dubbio una di queste e da metà aprile, qui nel bosco e al margine delle dune lo iniziamo a sentire. Con Roberto e Daniele, e qui per altri scopi, iniziamo distintamente, anche se da lontano: “chiuuu – chiuuu”. Poi, un secondo individuo e un terzo, al limitare del bosco: “chiuuu – chiuu”. Tre individui in meno di un km, se questa sarà una densità riproduttiva di tre coppie al chilometro, è spaventosa, ma è troppo presto per dirlo. La primavera dei gigli marittimi, delle beccacce di mare e dei chiurli piccoli sulla linea di costa, sboccia ora.
“Dov’era la luna? Chè il cielo, notava in un’alba di perla, ed ergersi il mandorlo e il melo parevano a meglio vederla. Venivano soffi di lampi da un nero di nubi laggiù; veniva una voce dai campi: chiù…” L’incipit dell’”Assiuolo” di Giovanni Pascoli è delizioso. Perché quella nota iterata e malinconica arriva sempre all’improvviso e improvvisamente rallegra, facendosi scudo della luna. Il canto è davvero la firma dell’assiolo, malinconico ed evocativo. Il grande Umberto Saba scrive così nella sua poesia all’amata Lina: “Primieramente udii nella solenne notte un richiamo: il chiù. Dell’amore che fu, Lina, mi risovvenne”.
L’assiolo è il più piccolo rapace notturno dell’avifauna europea. I centri di recupero per i rapaci ospitano spesso l’assiolo, e molti rapaci diurni e notturni. Il 75% degli animali portati al CRUMA di Livorno sono appunto rapaci. Dobbiamo parlarne di bracconaggio, perché pensare di sparare a una bellissima specie protetta, è un crimine che non può lasciarci indifferenti. Con l’amico Ivano, ne abbiamo visitati alcuni e l’assiolo rappresentato nella foto, proviene proprio da uno di questi centri che con molto impegno cercano di ridare la vita a questi volatori liberi. A differenza degli altri strigiformi, l’assiolo non caccia topi ma insetti e in grande misura ortotteri. L’adattamento alla visione notturna dell’assiolo e di tutti gli strigidi, consta nell’avere gli occhi in posizione molto anteriore. Entrambi gli occhi così percepiscono una parte del campo visivo in 3D. E’ la cosiddetta visione binoculare, che nei gufi rappresenta i 2/3 del campo visivo totale, che relativamente ad altri uccelli è modesto. Le specie preda, hanno invece un sistema opposto, occhi posti lateralmente, maggiore visione stereoscopica (che gli consente di osservare il potenziale pericolo quasi a 360°) e campo visivo molto più ampio. Vicino a Tuscania, fino metà degli anni novanta, una coppia nidificava all’interno di una palma del genere Phoenix. Andavo spesso a osservarli e la caccia era uno dei momenti più emozionanti. La femmina con i pulli al nido, il maschio aveva due posatoi preferenziali: il ramo di un pino domestico e una rete metallica. Da questi baluardi si tuffava planando lievemente sulle prede immobilizzandole, poi rapidamente le portava al singolare nido nella palma. La notte tra Allumiere e il Tirreno è un caleidoscopio di suoni. La voce metallica dei grillotalpa, il flauto basso dell’allocco, i concerti argentini delle raganelle. Poi lui, l’immancabile “chiuuu-chiuuu” a determinare ritmi e sequenze notturne. In diminuzione fino a inizio duemila, ora le popolazioni di assiolo stanno, almeno localmente, mostrando un piccolo incremento demografico. L’assiolo è un buon bioindicatore della salute dei sistemi agroforestali, degli incolti e dei pascoli, quin

lunedì 20 febbraio 2017

la ghiandaia marina. Il riverbero turchese della savana mediterranea

DISPONIBILE PRESSO L'AUTORE a.meschini@gmail.com

Capitolo 2. Le ghiandaie marine techno, nella valle dei sussulti

Maggio 2016. Basta lasciare la provinciale, superare un ponticello di tufo, percorrere forse trecento metri e ti ritrovi in una valle che hai sempre sognato. E’ un pascolo di quattrocento ettari, al margine uno dei boschi meno maltrattati del Lazio. Pensi così che vorresti che se i tuoi minerali potranno fertilizzare questo terreno sodo ne saresti felice. Saverio ha le pecore e le pascola lì, ora sono nel fondovalle e i campanacci fanno l’eco sulle sponde dense delle roverelle. Saverio è felice di fare due parole con me e Daniele, che stiamo lì per cercare occhioni, in un sito che conoscevo da tanti anni, ma che aveva visto vicissitudini agronomiche mirabolanti. Prima mais, poi pomodori, poi il bosco stava per riconquistare le garighe e gli spazi aperti, infine al ritorno a ciò che era la sua vocazione divina: un pascolo con sassi grandi come una pagnotta di pane e un tappeto di asfodeli. Gli occhioni cantano, Saverio racconta che il pastore che lo aiutava prima, un macedone, aveva lasciato il lavoro, perché ogni volta che portava le bestie al pascolamento ai margini del bosco, scendevano i lupi e ne aveva terrore. Qualche volta i racconti dei pastori sono pieni si suggestioni, ma in questo caso non ho faticato a credergli. Tonnellate belanti di calorie in uno stazzo ai margini del bosco, in un’area dove ogni anno sparano una decina di lupi. Lui no, non gli sparerebbe mai, ci dice che noi che ci occupiamo di natura dovremmo tenere questo in considerazione, che il suo lavoro sia tenuto nelle nostre menti, che quelle sveglie alle tre del mattino per mungere e poi scendere al fiume non siano banalizzate in un ridicolo “al lupo, al lupo”, il problema esiste e Saverio lo racconta in modo pragmatico. Bisogna ascoltarlo in qualche modo ci diciamo. Cuore alla gola per un paesaggio così antico e struggente, discendiamo. Il GPS aveva segnato la posizione degli occhioni, il taccuino annotava: biancone, succiacapre, calandra, allodola, strillozzo e sterpazzolina, quando da un palo della corrente elettrica esce con sublime grazia disturbata una ghiandaia marina, il partner stava su una roverella seccata da un incendio. Raccontare è difficile, bisogna vederlo quell’inarcarsi del corpo che si invola con la testa tenuta in su, quella tavolozza in movimento tra i rigogoli che punteggiano l’aria di canti. Ora queste tipologie di nido non sono più una novità, anzi: I casi di nidificazione nei pali e nei trasformatori sono in continuo aumento; nel 2015 più del 50% della popolazione nidificante in Italia, utilizza appunto queste strutture. Al modificarsi del paesaggio rurale ed agrario, al disturbo antropico, al riutilizzo dei vecchi casali per uso abitativo rispondono con una strategia techno. Iridescenti e dal piumaggio bellissimo le osserviamo catapultarsi nei pali della corrente, qualche volta trattenendo il fiato, perché soprattutto quando il nido è posto nella scatola di scambio della corrente, possono avvenire fenomeni di folgorazione. Per fortuna sono casi rari e le ghiandaie marina continuano, anzi incrementano la loro popolazione a base di KW/h. Certo, la ghiandaia marina rimane una specie selettiva e per insediarsi nei pali, questi devono essere posizionati in aree ad alta biodiversità. E la valle dei sussulti lo è, immensamente, immensamente distaccata dal vuoto monocolturale e monoculturale. La valle dei sussulti è l’assoluto.

Capitolo 5. Della sofferta scelta
E’ il 26 giugno 2012.  I papaveri escono dal grano, disegnano una linea lunghissima di sangue nella monocromia del giallo cadendo in un fosso. Per ogni cane alla catena ce ne è uno libero, per ogni uomo ferito c’è un altro che combatte. C’è una fila di pioppi neri centenari, il rigogolo canta e ti senti piccolo, un’averla cenerina fa la spola tra le stoppie foraggere e il nido sui pioppi, posto molto in alto ma ben visibile da sotto mentre vado a bere a un fontanile diruto. Poco più avanti “Lei”, sta sulle barre di quella capriata meccanica che sostiene i fienili maremmani. Ci sono solo una decina di balle parallelepipede e, quella che era stata la sua casa lo scorso anno ora è troppo esposta alla vista dei predatori qualora decidesse di nidificare in quella struttura ora semivuota e spettrale. Ero stato nello stesso luogo venti giorni prima e la scena di oggi è la stessa. Lei disorientata e fedele ad un sito storico, fedele a quella collina dolcissima dove la notte gli occhioni si rivelano gli indolenti guerrieri che sono. Per le specie che hanno la disponibilità del sito riproduttivo come fattore limitante della popolazione, e la ghiandaia marina è fra queste, la scelta vitale diventa spostarsi o attendere. Attendere che la sua casa si orni di nuovo delle cataste traboccanti fieno, tra i cui interstizi deporrà le uova, alleverà la prole, trasmetterà il suo dna celeste. Lei ha scelto di resistere, di attendere che l’uomo la salvi, che i ritmi della natura le diano una sola possibilità. Come fai a non pensare che anche tu tante volte hai atteso, con una pipa accesa e il cuore in disordine? Mi vede e scappa, mi sono avvicinato troppo. Mi dispiace aver disturbato un’assenza. La scelta di aspettare che le condizioni del substrato del nido diventino favorevoli è una opzione rischiosa. Se la deposizione avviene dopo il 15 luglio le possibilità di involo dei giovani sono poche. Perché entro agosto, quando la marea di carne umana si concentra ancora sulla linea costiera per provocarsi piccole e fastidiose ustioni, le ghiandaie marine devono cominciare a spostarsi. Preparare la migrazione in aree di alimentazione comuni, disegnando arabeschi turchesi inseguendo prede verticali. E’ nella loro natura, è nel codice genetico ed in parte nel bilanciamento degli ormoni che è scritta la loro complicatissima tabella migratoria. Non è di certo una colpa che qualche pulcino venga abbandonato a se stesso.
I prati due giorni dopo sono sfalciati, il fieno è ranghinato e ci sono almeno una quarantina di balle pronte per essere caricate sul piano del trattore e depositate da una piccola gru al fienile. Le ghiandaie marine seguono le operazioni dai pali di cemento di una vigna. I canapini fanno chiasso che gli occhiocotti in canto sembrano triglie, i pulcini dei saltimpali hanno ancora la lanuggine sul dorso e sono imbeccati sopra dei laterizi osceni, perché noi umani dobbiamo farci sempre disgustosamente riconoscere. Ai pulcini saltimpali non importa nulla; proteine fresche per ingrassare e per compiere la prima muta.
il 22 agosto torno sperando nella “sofferta scelta”. Sentendola umana, sentendo mio quel dolce pigolare che arriva dal fienile, sentendo di appartenere a quel mondo delizioso. Si ce l’hanno fatta e un pulcino estrae il suo beccaccio da pappagallo. Ora vengono riforniti di prede, lui e i suoi fratelli, con un ritmo frenetico. Un’imbeccata ogni cinque minuti ed entrambi i partner fanno la spola tra i cardi del pascolo della collina e casa. Ortotteri e cicale soprattutto. Il cielo porta via le nuvole; sono le otto di mattina, c’è una briciola di mistral. Un pulcino scende dalla sicurezza scura di quel cordone ombelicale del cunicolo nido e vola fin sopra un erpice rugginoso. Ce l’hanno fatta!  Quando diventa caldo li lascio, ho sempre amato chi crede ai sogni e chi li vede come l’opportunità più reale possibile, che possa quindi semplicemente inverarsi perché ostinatamente ci si crede. Non riesco a pensare ad altro che alla felicità che mi entra dalla bocca e arriva al cuore e dal cuore alla periferia fino alle mani, in un solo battito. “Della sofferta scelta”.

Capitolo 6. La colonia e i conflitti
La ghiandaia marina è definita una specie semicoloniale. In passato i casi di nidificazione raggruppata erano certo più frequenti. Il grande ornitologo Edgardo Moltoni, che si può senza dubbio definire come il ponte fra l’ornitologia storica e quella moderna racconta che nella cinta muraria di Tuscania c’era una grande colonia di ghiandaie marine. Ora ci sono le taccole, una coppia per ogni fenditura del tufo. Il modificarsi delle condizioni ambientali, della conduzione delle campagne, la sottrazione degli incolti favorisce le specie generaliste, le ghiandaie marine ovviamente pagano un prezzo.
Quando sei alla cava dei miracoli celesti inizi a comprendere qualcosa. Generalmente, in termini concettuali distinguiamo gli uccelli tra specie coloniali e specie territoriali. Le gioviali e le solitarie insomma. Esistono tutta una serie di vantaggi e limiti per ciascuna delle attitudini eco-etologiche. Il colonialismo consente alle coppie nidificanti di spendere minor tempo nella difesa comune dell’area nido, oppure può costituire un centro d’informazione per scambiarsi dritte sulle aree trofiche, oppure si può verificare la difesa comune nei confronti di un predatore.  Il territorialismo presenta vantaggi, per così dire opposti: le coppie corrono in misura minore il rischio di essere scoperte da un predatore, non devono dividere aree di foraggiamento, c’è minor rischio per i maschi di veder trasmesso non il suo DNA, ma quello di un altro maschio villano e traditore. Le due opzioni anche nella stessa specie sono plasmate dalle condizioni ambientali ed ecologiche. Un’area che racchiude grandi spazi con risorse disperse e la disponibilità di molte cavità nido ravvicinate, favorisce appunto la nidificazione coloniale. Situazioni più puntiformi e con aree di foraggiamento di dimensioni più modeste o con risorse concentrate, facilita la nidificazione solitaria. Definire una specie territoriale in fondo è semplice: una specie territoriale decide di spendere preziose energie per difendere in modo attivo una risorsa, lo può fare attraverso segnali acustici, ma alle brutte anche con interazioni fisiche, vere e proprie aggressioni nei confronti dei competitor. La risorsa difesa può essere e più spesso si fa coincidere con l’area nido, ma possono essere difese anche aree alimentari o posatoi. Siamo sempre all’interno del concetto del territorialismo. Definire una colonia invece è estremamente complesso e saremmo tentati di identificarla come un luogo in cui le specie nidificano raggruppate. A quale distanza i nidi devono essere collocati per essere queste are definita una colonia? Iniziano i problemi. Se vogliamo prendere in considerazione questo parametro solo spaziale ovviamente la definizione di questo spazio tra i nidi è specie-specifico. Continuano i problemi. Per progetti speditivi si possono scegliere con buona approssimazione delle distanze fra i nidi per parlare di colonie, ma concettualmente stiamo un po’ sul vago, se non inseriamo parametri etologici. La difesa comune nei confronti di un predatore, come accennato sopra, ecco è già un buon indicatore del fenomeno. Colonia come cooperazione allora. Forse si.
Solo che poi entri in quel vortice di colori e mentre un biacco scivola tra le erbe viperine, ti accorgi che quei concetti che opponevano territorialità e colonialismo sfumano sul parapetto dei gladioli. Due coppie di ghiandaie marine stanno a non più di dieci metri e in mezzo c’è una coppia di storni. I maschi di queste due coppie si attaccano furiosamente, uno dei due poggiato sulla sabbia spalanca le ali in segno di sfida e rifila due beccate potenti in testa dello sventurato disattento, poi risale dalla sua femmina e si salutano, un'altra ghiandaia marina nel fondo della scarpata mobba un gheppio ferocemente, si innalza e picchia giù sparato, il gheppio prova a mostrargli gli artigli rovesciandosi in volo nel modo che hanno le albanelle minori nel momento dell’amore, ma la ghiandaia marina è intrepida contrattacca. Il sole dietro le spalle, il pastore Ciriaco scende con le pecore al suo stazzo notturno, ha preso una cannuccia con tutte le foglie per redarguire le pecore. Me ne sto per andare, prima bevo un mezzolitro d’acqua. Risalendo è chiaro che due fenomeni che spesso si ritengono contrapposti, in realtà cooperano. In una colonia ci sono cooperazione e conflitto. La colonialità non esclude fenomeni di territorialismo, è una questione di scala e se guardi da vicino la colonia delle ghiandaie marine, esiste sempre un’area difesa, una risorsa difesa, un territorio quindi in cui vale la pena ritualizzare la battaglia, oppure darsele di santa ragione.

Capitolo 7. Le Maremme
La Maremma viterbese è un sottoinsieme della Maremma, quello spazio che il divino Poeta circoscrive nel canto XII dell’Inferno “da Cecina a Corneto i luoghi colti”. Una parte di un tutto insomma, ma che giocando in forma geo-semantica, gioco a suddividere in: maremmina (la Maremma del cane), quella parte in cui agli incolti si mescolano ampie porzioni di agroecosistemi a bassa intensità energetica. Segue la Maremma del nord, che orientativamente va da Tuscania ai confini con la Toscana, questa è la (Maremma della pecora) cui segue sempre attraverso un labile confine, psicogeografico la Maremma del centro, orientativamente da Monte Romano a Tarquinia ed è ovvio che questa sia la (Maremma della vacca maremmana). La Maremma del sud extradantesca è la Maremma tolfetana, ossia (la Maremma del somaro). La Maremma della pecora è piatta con rilievi rotondi e dolci, terreno crettato dal sole, da cui emergono fossili marini, la Maremma della Vacca maremmana si perde tra pascoli e lunghi fossi bordati dal frassino ossifillo e dall’acero minore. Se la percorri di notte o nel preciso momento in cui il cane diventa lupo in quell’imbrunire scuro, puoi averne paura e fuggirla. La Maremma del somaro invece è più incisa da valloni di boschi termofili, intervallati dai cardi e dalla gariga. Qui il bosco avanza e si ritrae in funzione dei carichi di pascolamento di anno in anno, una Maremma forte e vezzosa, un po’ oleografica.
Civitella Cesi, le forre sul Mignone all’altezza di Luni. Venti giugno 1999. E’ area di transizione tra la Maremma della pecora e la Maremma della vacca. Ci sono due coppie di ghiandaia marina al ponte della ferrovia, le contattiamo e torniamo sopra il vallone a controllare tra i bastioni di tufo. Anche se l’ambiente di nidificazione primigenio dell’uccello dalle ali indaco, si suppone fosse in prevalenza costituito da questi strapiombi vulcanici, ora trovarne in ambiente davvero “wild” è divenuta un’impresa. Con Fulvio, a forza di guardare la spalla opposta del vallone non ci accorgiamo che dieci metri sotto di noi c’è un nido attivo. Ci spostiamo su una cengia a monte infrascati fra i cisti bianchi e rosa e il nido è ben visibile. Due Baush e Lomb sessanta ingrandimenti consentono una visuale perfetta in HD. Entra un partner con l’imbeccata e subito esce l’altro che copriva i pulcini, ora li vediamo  appiccicati su un leccio tarlato dell’altra sponda. Entra un terzo individuo al nido! Ci guardiamo come allocchi. Il fenomeno dell’helping non è noto per le ghiandaie marine, il terzo individuo non porta nessuna preda e resta due minuti al nido. Poi un acquazzone estivo ci inzuppa come baccalà, la macchina è ad almeno tre km, dobbiamo andare via. Una settimana dopo torniamo e non c’è più nulla. Un biancone volteggia alto, le tortore selvatiche “rucano” di presso e i colombacci a fare da bordone alla sinfonia columbiforme. Speriamo almeno che la truppa dei giovani si sia involata. Resterà sempre non chiarito se si trattasse di un helper. Sono convinto di sì, ma mancano troppe evidenze. L’helping è un fenomeno naturale per cui alla coppia nidificante si aggiunge un terzo individuo che mette in campo un comportamento altruistico: collabora al buon esito della riproduzione, senza apparentemente ricevere nessun beneficio. In realtà numerosi studi hanno analizzato i motivi dell’helping che in modo finalistico deve avere necessariamente anche per l’aiutante dei buoni punto per la sua fitness individuale. I principali individuati sono: la possibilità di essere accettati in una colonia e condividere i privilegi di una vita comune, l’altro è quello di essere parte anche di un ambiente sociale, che consente all’helper di stringere relazioni di “conoscenza” con individui dell’altro sesso ricavando così altri buoni punto nella scelta del partner negli anni successivi. Negli affini gruccioni è un fatto ben conosciuto e questi aiutanti sono appellati col termine di “zie” perché possono essere uno o più di uno.  Non sempre sul campo riusciamo in modo istantaneo a decrittare fenomeni complessi, ma prima non sarei potuto tornare e in fondo restare con delle domande, è quello che ci fa amare in modo viscerale il mondo naturale. La società delle ghiandaie marine utilizzerà gli “zii” anch’essa?


L'occhione tra i fiumi e le pietre

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